In occasione della Festa dell’Unità Nazionale e della Giornata delle Forze Armate, la Sindaca ha rivolto alla cittadinanza un messaggio dedicato al valore della memoria, della pace e dell’impegno civico.
Il discorso del 2026 si sviluppa attorno a tre parole chiave, Rispetto, Fraternità e Ricostruzione, intese come principi fondamentali per rafforzare la coesione sociale, promuovere il dialogo e costruire una comunità inclusiva e solidale. Nel ricordare il ruolo delle Forze Armate al servizio del Paese, la Sindaca ha inoltre invitato tutti a essere costruttori di pace e protagonisti del bene comune.
Di seguito il testo integrale dell’intervento pronunciato durante le celebrazioni del 4 novembre 2026.
Rileggendo i discorsi degli anni scorsi mi sono accorta che, ogni anno, inizio dicendo che, trovare le parole, è più difficile dell’anno precedente. E ogni anno mi ritrovo a pensare, non solo che non è così, ma che è sempre peggio.
Perché questa ricorrenza è un momento di profonda riflessione sulla storia del nostro Paese, sui valori della Repubblica e sul servizio reso quotidianamente dalle donne e dagli uomini che indossano l’uniforme.
Allo stesso tempo, però, è anche un rafforzare la memoria storica e trasmettere alle nuove generazioni il valore dell’impegno civico, della responsabilità e del servizio verso la collettività.
Il 4 novembre richiama alla memoria eventi che hanno segnato profondamente l’Italia e l’Europa. Ma il senso più autentico di questa giornata non risiede nell’esaltazione della guerra. Al contrario, nasce dalla consapevolezza delle sofferenze che ogni conflitto porta con sé e dall’impegno a costruire un futuro fondato sulle tre parole che consegno quest’anno e che aggiungiamo a quelle degli scorsi anni
- Unità – Servizio – Pace – 2023
- Memoria – Europa – Non violenza – 2024
- Conflitto – Silenzio – Perdono – 2025
RISPETTO
Che può essere meglio espresso come riconoscimento reciproco, riconoscimento di ogni altro come eguale a sé e capace di una partecipazione eguale alla costituzione della comunità civile e politica.
E, riconoscere l’altro eguale a sé vuol dire riconoscergli la titolarità degli stessi diritti inviolabili.
Ma come si può parlare di diritti in un tempo contrassegnato da conflitti e disuguaglianze e da chiusure identitarie?
Guardando al mio vicino di casa, al genitore del compagno di scuola di mio figlio, alla persona che incrocio per la strada e riconoscendolo titolare dei miei stessi diritti e doveri, riconoscendo la sua dignità e la possibilità di costruire legami e costruire comunità.
“Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo”
FRATERNITÀ
La parola ma di più, il concetto di fraternità è andato, nel tempo, spogliandosi di un significato laico e sembra essere diventato solo appannaggio del frasario religioso.
Fratellanza degli oppressi, fratellanza tra cittadini, fratellanza tra i popoli sono concetti che contengono una portata rivoluzionaria che ormai, come comunità civili, abbiamo abbandonato.
Oggi non abbiamo scelta: o continuiamo a fondare legami microcomunitari sulla paura di perdere le nostre tradizioni, il nostro benessere, oppure proviamo a costruire altri legami, più inclusivi, partendo dalla constatazione che stiamo tutti vivendo momenti di vulnerabilità.
Ed è solo instaurando rapporti di fiducia reciproca che apriamo alla possibilità di rompere quel circolo vizioso che incatena alla paura dell’altro, alla diffidenza, all’odio, alla violenza.
La ricorrenza che celebriamo ci insegna, infatti, che diffidenza, odio e violenza minano quella pace e quella sicurezza che le Forze Armate sono, invece, chiamate a difendere.
RICOSTRUZIONE
Prendo in prestito le parole di Papa Leone XIV dall’enciclica Magnifica Humanitas: “Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni … esiste una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità.”
Oggi invece ci parlano di remigrazione, si usano termini dispregiativi per rivolgersi a chi non la pensa come noi, a chi solo si permette di esprimere un’opinione fuori dal coro.
Ecco: è il momento di rimboccarsi le maniche e di ricostruire, altrimenti il peggio del peggio prenderà il sopravvento.
Abbiamo una responsabilità condivisa: custodire la città, il bene comune, vivendo le nostre differenze come una ricchezza: curiamo le relazioni, guardiamo agli altri senza la diffidenza negli occhi, sentiamoci parte della comunità. Ciascuno per quello che può fare.
“Non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo”.
Per rendere concrete queste tre parole, ci accompagnano le parole di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia: “Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace”.
È un invito che conserva intatta la sua attualità. Essere strumenti di pace significa costruire ponti dove vi sono divisioni, favorire il dialogo dove prevale l’incomprensione, promuovere la solidarietà dove si manifestano fragilità e conflitti. È una responsabilità che appartiene a ciascuno di noi, nelle istituzioni come nella vita quotidiana.
L’insegnamento di San Francesco d’Assisi, che da oltre otto secoli parla al cuore degli uomini e delle donne di ogni tempo, il richiamarci a essere “strumento di pace” può diventare anche il nostro impegno civile: costruire comunità fondate sul rispetto, sulla giustizia e sulla fraternità.
Le nostre Forze Armate, che oggi celebriamo, sono impegnate ogni giorno a rendere concrete queste tre parole nella tutela dei diritti di ogni uomo: un compito gravoso, in un contesto internazionale e nazionale come quello di oggi, denso di tensioni.
Che allora questa celebrazione sia per tutti noi non soltanto un momento di memoria, ma anche un’occasione per rinnovare un impegno collettivo: educare alla pace, promuovere la cultura dell’incontro, contrastare ogni forma di violenza e costruire una società più giusta, solidale e inclusiva.
Foto di Stefania Fumagalli