Riportiamo il discorso integrale del vicesindaco Nicola Basile in occasione delle celebrazioni per l’81° Anniversario della Liberazione dal nazifascismo del 25 aprile 2026 a Gorgonzola.
Vorrei cominciare con dei nomi: Alberto Gabellini. Mario Vago. Romeo Cerizza. Angelo Barzago. Dante Cesana. Claudio Cesana. Angelo Viganò.
Sette nomi. Sette ragazzi. Il più giovane aveva vent’anni. Il più grande non aveva ancora compiuto i trenta.
Il 9 marzo 1945 — cinquanta giorni prima della Liberazione — furono fucilati a Pessano con Bornago, a pochi chilometri da qui.
Era una rappresaglia: il giorno prima, partigiani della zona avevano ferito un ufficiale tedesco.
I fascisti e i nazisti prelevarono sette prigionieri dal carcere di Monza. Non c’entravano nulla con l’attentato.
Ma servivano corpi da esporre, per fare paura.
Prima che sparassero, Alberto Gabellini — il più grande del gruppo — gridò ai suoi carnefici: “Sparate su di me, vigliacchi, non su questi ragazzi.”
Non servì a salvarli. Ma quelle parole rimasero. Sono arrivate fino a noi.
Qui a Gorgonzola, in quegli stessi mesi, la Resistenza aveva preso forma. C’era un distaccamento della 105° Brigata Garibaldi, intitolata a Giovanni Brambilla — un operaio milanese che nel 1936, quando molti ancora applaudivano il regime, era già stato arrestato per attività antifascista e spedito al confino. Uno che aveva capito prima degli altri. Uno che si era ribellato quando ribellarsi sembrava follia.
Qualche anno dopo a lui e a Leonardo Nobile fu intitolata una cooperativa che accompagnò decine e decine di giovani gorgonzolesi a occuparsi del bene comune.
I partigiani gorgonzolesi si riunivano a corte dei Chiosi, nelle cascine Riva Ronchetta e Nuova, nel cascinotto di Luigi Fossati.
A organizzarli era stato mandato, subito dopo l’8 settembre 1943, Carlo Merlini — nome di battaglia “Bruno”.
Tra quei ragazzi c’era anche il pompiere Luigi Restelli.
Poi c’era anche Don Egidio che in Oratorio teneva le adunanze segrete con tanti giovani cattolici nelle sale del Cinema, ma che parlava chiaramente nelle sue omelie.
Ci fu Pietro Mantegazza che si occupò di presidiare l’ingresso del Comune appena si fu instaurato il primo governo di Gorgonzola.
Non erano soldati di professione. Erano operai, contadini, artigiani. Persone normali che a un certo punto avevano deciso che non potevano più stare a guardare.
C’erano comunisti e cattolici. Socialisti e liberali. Monarchici e repubblicani.
Gente che, in tempi normali, non si sarebbe mai seduta allo stesso tavolo. Eppure si sedettero. Si organizzarono. Combatterono insieme.
Ma la Resistenza di Gorgonzola non si fermava ai confini del paese. C’era Giovanni Mantegazza, che combatté con i partigiani in Jugoslavia, Suor Erichetta, che nelle carceri portava conforto ai prigionieri politici, gli uomini della Divisione Acqui che a Cefalonia vennero brutalmente massacrati,
Antonia Gerosa operaia della Pirelli, comunista e sindacalista che scelse di fare la staffetta nella Brigata Garibaldi.
C’erano altre donne che nascondevano i ricercati, i contadini che davano da mangiare a chi non poteva più farsi vedere in paese. C’era una rete silenziosa di solidarietà che rese possibile tutto il resto.
La Resistenza non fu solo fucili e montagne. Fu anche coraggio quotidiano, piccoli gesti che potevano costare la vita.
I fascisti li chiamavano “banditi”. Li chiamavano “ribelli”. Sui manifesti scrivevano “Achtung Banditen” — attenti ai banditi. Volevano che quelle parole suonassero come insulti, come marchi d’infamia.
Ma quei ragazzi si presero quella parola — ribelli — e la trasformarono in qualcos’altro. In un titolo d’onore.
Perché ribelle era chi rifiutava di piegarsi.
Ribelle era chi diceva no quando dire no costava tutto.
Ribelle era chi sceglieva la parte più difficile, più pericolosa, più giusta.
E questa è la prima cosa che dobbiamo ricordare, soprattutto quando parliamo ai più giovani: la scelta di quei ragazzi e di quelle ragazze non era ovvia. Non era facile. Non era la scelta della maggioranza.
Il fascismo, in Italia, aveva avuto consenso. Questo dobbiamo dircelo con onestà, anche se è scomodo.
Milioni di italiani e di italiane avevano creduto alle promesse del regime: l’ordine, la grandezza nazionale, la modernità.
Milioni di italiani e italiane avevano applaudito, o almeno taciuto, quando il fascismo aveva messo fuori legge i partiti, sindacati, la libertà di stampa.
Quando aveva mandato al confino gli oppositori. Quando aveva invaso l’Etiopia usando i gas.
Quando aveva promulgato le leggi razziali contro i nostri concittadini ebrei.
Il fascismo non fu un incidente. Non fu un’imposizione di pochi su molti.
Fu un movimento che seppe conquistare le teste e i cuori di una parte grande del Paese — promettendo ordine e distribuendo violenza, promettendo innovazione e costruendo una società rigida, gerarchica, intollerante.
In quel contesto, ribellarsi non era naturale. Nuto Revelli — alpino sopravvissuto alla ritirata di Russia, poi comandante partigiano sulle montagne cuneesi — lo disse chiaramente: “Ero stato fascista e avevo dovuto capire tutto da solo quando ormai era troppo tardi.”
L’Italia era entrata in guerra dalla parte sbagliata. Eravamo alleati di chi stava costruendo i campi di sterminio — e ne stavamo costruendo anche noi, a Fossoli, a Bolzano, alla Risiera di San Sabba, ad Arbe.
Avevamo invaso, occupato, bombardato.
Quel fascismo mandò a morire nelle steppe russe quasi novantamila soldati dell’ARMIR — alpini, fanti, bersaglieri, artiglieri — in una guerra di aggressione voluta per compiacere l’alleato nazista. Quel fascismo che, dopo l’8 settembre, vide i suoi alleati tedeschi massacrare i carabinieri che avevano scelto di non piegarsi: alle Fosse Ardeatine, dove tra le 335 vittime c’erano anche militari dell’Arma; a Fiesole, dove tre giovani carabinieri si consegnarono ai nazisti per salvare dieci ostaggi civili, e furono fucilati.
Una parabola che si chiuse, almeno simbolicamente, con il loro capo che fuggiva verso la Svizzera travestito con un cappotto della Wehrmacht — lui che aveva mandato a morire i figli di questo Paese, che lo aveva affamato, impoverito e trascinato in una catastrofe ora si travestiva e fuggiva come un reietto.
Quando quei ragazzi — nelle cascine di Gorgonzola, nelle montagne del Piemonte, nelle fabbriche di Milano — si ribellarono ai fascisti e ai nazisti, non stavano solo liberando un territorio.
Stavano riscattando un intero Paese.
Questo è il senso profondo della Resistenza: una rigenerazione morale. Siamo entrati in guerra dalla parte sbagliata. Ne siamo usciti dalla parte giusta. Non per merito dei generali o dei politici che avevano portato l’Italia al disastro — ma per merito di chi ebbe il coraggio di ribellarsi.
La Repubblica italiana è nata da una ribellione. La Costituzione è figlia di quella ribellione. L’Italia libera e democratica in cui viviamo è stata costruita da chi ha avuto il coraggio di dire no.
E allora arriviamo alla domanda che conta: perché siamo qui, oggi?
Ha senso essere qui. Ha senso ricordare il 25 aprile. Ha senso commemorare i partigiani.
Ma solo ed esclusivamente se questo diventa una promessa sul domani.
Non un rito. Non una cerimonia. Una promessa.
Una promessa di pace: che non dimenticheremo mai dove porta la guerra, chi la paga, chi ci guadagna.
Una promessa di giustizia: perché la democrazia — ce lo dice la nostra Costituzione — non è solo mettere una scheda nell’urna.
È rimuovere gli ostacoli che impediscono ai cittadini e alle cittadine di essere davvero liberi e uguali.
È costruire una società in cui nessuno venga lasciato indietro.
Una promessa di stare sempre dalla parte di chi non accetta le discriminazioni.
Di chi non semplifica ciò che è complesso.
Di chi non scarica la propria rabbia sul più debole.
Di chi oggi NON sta in silenzia di fronte alla corsa agli armamenti e NON pensa che la guerra sia l’unica soluzione.
Di chi oggi NON guarda con simpatia a quegli sgomberi che cancellano spazi sociali e luoghi di opportunità per i meno abbiente.
Di chi oggi NON sta in silenzio di fronte alle liste, più o meno esplicite, di proscrizione.
A chi ha la mia età, a chi è più giovane, non si chiede di essere eroi. Non si chiedono scelte radicali.
Chiediamoci insieme qualcosa di più semplice.
Chiediamoci di non essere indifferenti.
L’indifferenza è il terreno su cui crescono i fascismi di ogni epoca. È il silenzio di chi volta la testa dall’altra parte.
È la scorciatoia di chi dice “non mi riguarda”.
Quei sette ragazzi fucilati a Pessano avevano deciso che li riguardava. I partigiani che si riunivano nelle cascine di Gorgonzola e quelli in giro per l’Europa avevano deciso che li riguardava.
Gli uomini della Divisione Acqui avevano decisa che li riguardava. Suor Erichetta e la Gerosa avevano deciso che le riguardava.
Avevano scelto di ribellarsi — e quella ribellione ha cambiato la storia di questo Paese.
Oggi ribellarsi significa altro.
Significa non accettare che le cose vadano come vanno solo perché “è sempre stato così”.
Significa non restare in silenzio quando qualcuno viene escluso, umiliato, calpestato.
Significa avere il coraggio di pensare con la propria testa, anche quando è più comodo seguire il gregge.
E a proposito di ribellione: voglio dire grazie a quegli studenti e a quelle studentesse che si sono mobilitati per la Palestina. Hanno detto che di fronte a migliaia di bambine e bambini morti sotto le bombe non si può restare in silenzio e hanno svegliato le nostre coscienze.
Hanno scelto di dire chiaramente che c’è un oppresso e un oppressore.
Perché questo è il punto: la Resistenza ci ha insegnato che ci sono momenti in cui bisogna scegliere da che parte stare.
Momenti in cui il silenzio è complicità.
Momenti in cui dire “non mi riguarda” significa essere dalla parte sbagliata della storia.
La ribellione di quei ragazzi del ’43, del ’44, del ’45 non è finita il 25 aprile 1945. Continua ogni volta che qualcuno sceglie di non essere indifferente.
Sta a noi decidere se quella promessa vogliamo mantenerla o lasciarla cadere.
Ricordiamoci la frase che Foa disse al senatore Missino Pisanò: “Se aveste vinto voi io sarei ancora in galera, invece abbiamo vinto noi, e tu sei Senatore della Repubblica”.
Viva il 25 aprile. Viva la Resistenza.
Viva l’Italia libera e democratica.